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Crediti commerciali·

Onere della prova: cosa deve dimostrare il creditore che chiede di essere pagato

L'art. 2697 del codice civile stabilisce chi deve provare cosa in una causa. Il creditore deve dimostrare i fatti alla base del suo credito; il debitore che sostiene di aver già pagato o che il debito è cambiato deve provarlo a sua volta.

Quando un'impresa o un professionista non viene pagato e decide di rivolgersi a un giudice, una delle prime domande da porsi è semplice: che cosa dovrò dimostrare? La risposta generale si trova nell'articolo 2697 del codice civile, una norma presente nel codice del 1942, intitolata «Onere della prova». Con questa espressione si indica il compito, che la legge assegna a una parte del processo, di dimostrare un determinato fatto. Se la parte che ne ha l'onere non riesce a provarlo, di regola ne subisce le conseguenze negative.

La prima frase dell'articolo è chiara: «Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.» Per chi aspetta un pagamento questo significa che non basta affermare di essere creditore. Bisogna dimostrare i fatti da cui nasce il credito. In un rapporto commerciale tra imprese o con un professionista, questi fatti sono di solito l'esistenza di un accordo, cioè un contratto, un ordine o un incarico, e il fatto di aver eseguito la propria prestazione, per esempio consegnando la merce o svolgendo il servizio pattuito, insieme al corrispettivo concordato.

La seconda frase della norma riguarda la posizione dell'altra parte. Chi sostiene che quei fatti non producono effetti, oppure che il diritto si è modificato o si è estinto, deve provare i fatti su cui basa questa difesa. Nel linguaggio giuridico questa difesa si chiama eccezione: è l'argomento con cui la parte chiamata in causa non si limita a negare, ma porta un fatto nuovo per contrastare la richiesta. Estinzione significa che il diritto non esiste più, ad esempio perché il debito è stato pagato. Modifica significa che il diritto esiste ancora ma in forma diversa, per esempio per un accordo successivo sull'importo o sui tempi di pagamento. Inefficacia significa che i fatti invocati dal creditore, pur esistenti, non producono gli effetti voluti.

In pratica la norma divide i compiti. Il creditore deve dimostrare che il credito è sorto. Il debitore che afferma di aver già pagato, di aver ottenuto uno sconto, una dilazione o di avere altre ragioni che riducono o cancellano il debito deve dimostrare lui questi fatti. Non tocca quindi al creditore provare di non essere stato pagato: se il debitore sostiene di aver saldato, spetta a lui dimostrarlo.

Da questa regola discendono alcune indicazioni utili per chi lavora con altre imprese. È importante conservare in modo ordinato tutta la documentazione che dimostra la nascita del credito: contratti firmati, preventivi accettati, ordini, conferme via email, documenti di trasporto, verbali di consegna o di fine lavori, comunicazioni scambiate con il cliente. La fattura è un documento utile, ma di solito viene redatta dallo stesso creditore; per questo, in caso di contestazione, è opportuno poter contare anche su altri elementi che confermino l'accordo e la prestazione svolta.

Allo stesso modo conviene tenere traccia di eventuali accordi successivi con il cliente, come rateizzazioni o riduzioni di prezzo concordate, e degli eventuali pagamenti parziali ricevuti. Una documentazione chiara aiuta a ricostruire il rapporto e a capire in anticipo quali punti potrebbero essere contestati.

La regola dell'articolo 2697 è un principio generale e va applicata tenendo conto del singolo rapporto e delle prove disponibili. L'esito di una causa dipende da come i fatti vengono dimostrati nel caso specifico, che va sempre valutato nel concreto. Sapere fin dall'inizio cosa si dovrà provare permette però al creditore di organizzarsi meglio e di affrontare con maggiore consapevolezza un eventuale recupero del credito.

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